La crisi degli istituti alberghieri è una responsabilità del sistema
Il progressivo calo delle iscrizioni agli istituti alberghieri non è un incidente di percorso né una variabile indipendente ma l’effetto diretto di una serie di scelte sbagliate, di omissioni e di ritardi che il sistema turistico italiano si porta dietro da anni. Continuare a leggerlo come un problema “della scuola” o, peggio, come una disaffezione generazionale verso il lavoro, significa non voler vedere la realtà. I giovani non stanno abbandonando il turismo, stanno abbandonando un’idea di turismo che non offre più garanzie, riconoscimento e prospettive ed il primo errore è stato quello di non aggiornare il patto implicito tra formazione e lavoro. Per troppo tempo agli studenti è stato detto che l’istituto alberghiero rappresentava una scorciatoia virtuosa verso l’occupazione senza però interrogarsi sulla qualità reale di quell’occupazione, disattendendo dunque una sorta di promessa e quando questa non viene mantenuta, la fiducia si rompe e non basta uno slogan per ricostruirla. Il secondo errore è stato quello di ridurre la formazione alberghiera a una dimensione prevalentemente teorica. Un settore che pretende professionalità non può formare lavoratori senza fornire strumenti di lettura del contesto pratico di una gestione alberghiera, soffermandosi sulle componenti economiche, organizzative e umane in cui quel lavoro si svolge e questo ha di fatto introdotto sul mercato, giovani preparati teoricamente ma disarmati a livello professionale, incapaci di interpretare il proprio ruolo e quindi, facilmente scoraggiati. Il terzo errore, forse il più grave, è stato “banalizzare” il rapporto tra scuola e impresa e l’alternanza scuola-lavoro perché anziché diventare uno spazio di apprendimento strutturato è stata spesso trattata come una risorsa operativa gratuita. Questo ha prodotto due effetti devastanti: studenti delusi e famiglie disilluse dove lo stage non ha rappresentato un ponte verso il lavoro ma il motivo stesso dell’abbandono. Da qui bisogna ripartire non con analisi astratte, ma con soluzioni praticabili! La prima soluzione riguarda il ruolo della scuola. In primis, l’istituto alberghiero deve smettere di essere percepito come una scuola “di passaggio” e tornare a essere una scuola di professioni dell’Ospitalità e questo implica un cambiamento profondo e radicale nei programmi, nella qualità dei docenti, nei metodi e nella narrazione. Accanto alle competenze tecniche, devono entrare stabilmente competenze di sistema come economia del turismo, organizzazione aziendale, gestione delle risorse umane, cultura del servizio, sostenibilità, lettura dei dati, marketing e comunicazione non per creare manager precoci ma per formare operatori consapevoli di aspetti importanti nella gestione turistico-alberghiera. Un giovane che capisce come funziona un’azienda alberghiera è un giovane che può scegliere, crescere, negoziare il proprio ruolo e la consapevolezza è il primo antidoto allo sfruttamento. La scuola deve anche riappropriarsi di una funzione spesso dimenticata: l’orientamento dove orientare non significa spingere tutti indistintamente verso il turismo ma aiutare ciascuno a capire se quel percorso è coerente con le proprie attitudini e a tal riguardo, premiare gli istituti alberghieri che riescono ad introdurre maggiormente studenti nel settore turistico invece di valutare unicamente il numero degli iscritti, come se questo fosse il solo obiettivo della scuola oggi. Accanto alla scuola, però, c’è una responsabilità altrettanto forte delle aziende. Le imprese turistiche non possono continuare a lamentare la mancanza di personale senza interrogarsi sulle condizioni che offrono. La crisi di vocazioni è in larga parte, una crisi di modelli organizzativi con turni infiniti, ruoli indefiniti, percorsi di crescita inesistenti e una cultura del sacrificio che viene ancora scambiata per professionalità e tutto ciò oltre ad essere anacronistico (vecchio cliché degli anni del boom anni ’60 del secolo scorso) è completamente assurdo nel contesto odierno. Il modus operandi delle aziende deve cambiare in modo strutturale in quanto accogliere uno studente o un giovane lavoratore significa assumersi una responsabilità formativa e non semplicemente riempire “scartoffie” per accaparrarsi mano d’opera gratuita. Serve tutoraggio reale, chiarezza nei ruoli, rispetto dei tempi e delle persone, paghe adeguate e di certo, le imprese che investono in questo approccio ottengono risultati misurabili con un minore turnover, una maggiore qualità del servizio e una maggiore fidelizzazione del personale. Una soluzione concreta e immediata sarebbe disciplinare in modo più stringente l’accesso ai programmi formativi, agli stage e agli incentivi pubblici. Chi forma bene deve essere premiato, chi utilizza la formazione come scorciatoia non può più essere considerato parte del sistema e quindi escluso da ogni tipo di aiuto. C’è poi un errore di visione diffusa che va corretto: l’idea che il turismo offra solo lavori operativi e stagionali. Questa rappresentazione è falsa e dannosa. Il turismo contemporaneo è un ecosistema complesso che richiede competenze sempre più articolate, ruoli che spesso non vengono raccontati, né integrati nei percorsi scolastici anche se rappresentano oggi una parte fondamentale nel settore. Rendere visibili queste opportunità significa restituire ambizione al percorso alberghiero, significa dire ai ragazzi che il turismo non è un binario unico ma una rete di possibilità. Infine, c’è una responsabilità più ampia, che riguarda il sistema nel suo complesso dove politica, associazioni, istituzioni formative e imprese devono smettere di lavorare per compartimenti stagni senza una strategia condivisa sulla formazione turistica in quanto ogni intervento resta isolato e inefficace. La crisi degli istituti alberghieri non è un fallimento della scuola in definitiva ma è il riflesso di un settore che per troppo tempo ha chiesto senza restituire. Oggi abbiamo due strade: continuare a lamentarci della mancanza di personale oppure ripensare seriamente il modo in cui formiamo, accogliamo e facciamo crescere le persone.
A noi scegliere quella giusta!
Mino Reganato
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Il sistema capitalistico neoliberista occidentale è in crisi irreversibile. Ergo, o si ritorna alla Civiltà sganciandosi dalle logiche anglo ed americo-centriche, o si muore.
La crisi della nostra società, del nostro sistema nel suo complesso ed in ogni settore, incluso quello dell’accoglienza, dipende da questo aspetto.
A poco servono le analisi di merito, per quanto acute, motivate e sincere, se non si punta al recupero della sostanza, dell’etica del lavoro, del sentire comune. Se non ci si convince che è d’obbligo fare ciascuno la sua parte sul piano morale e materiale perché la collettività esca dalla bufera del delirio liberista statunitense, dal maelström che inghiotte l’essenza stessa degli esseri umani distruggendo la vita e, con essa, le qualità innate di ogni persona.
C. B.