Saper vivere.

Saper vivere.

Tra il 1550 ed il 1555, in un’abbazia tra i boschi del Montello, polmone verde della zona prospiciente il Piave, Giovanni della Casa decise di scrivere un piccolo libro noto come “Il Galateo, overo de’ costumi”, pubblicato postumo nel 1558.

Nel tempo questo nome ha assunto, in modo improprio, la valenza d’un sistema comportamentale che consente ad alcuni di distinguersi dagli altri in forme e modi sostanzialmente esteriori, di mera apparenza. In tal senso, “Il Galateo,” potrebbe essere visto come una sorta di precursore della poco edificante ‘società dello spettacolo’ che assedia il mondo di oggi.

Ma il “Galateo” delle origini, che nelle intenzioni di monsignor Della Casa identificava la “buona creanza”, è un testo che traccia i confini di un luogo ideale; piccolo ma, al tempo stesso, sconfinato. Un luogo dove rifuggire dai palazzi e dalle corti affollate delle città cinquecentesche che, allora come oggi, compromettevano non solo le persone ma anche il loro equilibrio mentale. Le sue pagine invitano alla tolleranza ed alle buone maniere, grazie alle quali ciascuno può sentirsi a suo agio fra gli altri trovando il tempo da dedicare ad essi e consentendo loro di fare altrettanto.

Peraltro, l’evoluzione dei costumi nel corso dei secoli fa ritenere che ogni consiglio di ‘bon ton’ scritto per l’aristocrazia dell’epoca dal Della Casa, diplomatico ed uomo di mondo… e di chiesa, sia ormai obsoleto. Ma ciò non vuol dire che non sussistano più regole da seguire: l’etichetta è in continuo mutamento e riesce ad unire nuove esperienze a vecchie usanze.

Dunque, seppure modificato dal fluire delle vicende umane, lo scopo di questo antico trattato è sempre lo stesso: dare il giusto valore a norme fondamentali come il rispetto verso il prossimo, per assicurare una convivenza quanto più armoniosa possibile fra le persone, in una società nella quale il “saper vivere” non sia garanzia di privilegi per pochi, ma di serenità e benessere collettivo ed individuale.

Comportamenti ben lontani dall’esasperata competitività del mondo moderno che, al contrario, spinge troppi individui e minoranze elitarie a nascondere le proprie (non positive) intenzioni dietro a falsi sorrisi, o narrazioni mendaci. Dunque, sarà solo l’ipocrisia ciò che resta di noi? Sarà questa l’eredità per i nostri figli? Si spera di no. 

Un sussulto di romanticismo e di dignità fa supporre che l’idea intenzionalmente garbata di scrivere “Il Galateo”, dialogo platonico tra l’autore stesso ed il suo giovane nipote Annibale, sia emersa nella mente dell’autore – come spiega Manlio Brusatin nella prefazione del volume “Treviso, i luoghi del colore”, ediz. ‘Biblos’ – in un bosco di fragole rosse, sulle balze del Montello sotto le medesime querce che fornivano il legno per le navi all’Arsenale della Serenissima Repubblica di Venezia.

L’Agronauta


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Claudio Buttura

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