Invertire la rotta
Era il 1° febbraio 1986 quando i fratelli Riccardo ed Enzo Cotarella decisero di fondare la loro cantina; soltanto un mese dopo esplose la famigerata “crisi del metanolo”, che mise in ginocchio il settore. Invece di arrendersi davanti ad un mercato che, da quel giorno, iniziò a guardare con sospetto il vino italiano, i due fratelli scelsero la via ostinata dell’ottimismo, che costituisce il filo rosso del libro “Il vino, la mia vita”. In esso, Riccardo Cotarella – attraverso un approccio severo, analitico con cui ricostruisce la credibilità del settore vitivinicolo nazionale – indica la via per trasformare quell’inaudito fatto di cronaca in rinnovamento culturale.
Oggi, però, quella severità rischia di diventare un limite. Target fondamentale da riconquistare è il pubblico femminile che, allo stato attuale, guida il 60% delle scelte enologiche nella ristorazione. Le consumatrici sono persone attente, che sanno scegliere con competenza: ciò richiede, pertanto, una comunicazione che vada oltre i tecnicismi. Scrive Cotarella nel suo libro: “Voglio che anche la signora Maria che fa acquisti al supermercato capisca come nasce un vino: sappia che Il vino non è chimica, fisica, astrologia o anfore sepolte sulla luna. È tutt’altra cosa”.
Vi è poi il discorso che riguarda le nuove generazioni, che percepiscono il mondo del vino come un club per nostalgici, inutilmente complesso. Urge, pertanto, fare assoluta chiarezza: un invito a sfrondare la narrazione dalle sovrastrutture elitarie che finiscono per allontanare chi desidera avvicinarsi con spontanea semplicità a questo settore.
Ma come s’inverte la rotta con i più giovani? Cotarella punta tutto su forme innovative di alfabetizzazione agricola, da introdurre fin dalle scuole elementari. L’obiettivo è portare i bambini a riscoprire la terra, non come concetto astratto bensì come esperienza sensoriale. “La scuola deve portare i suoi allievi in campagna, far respirare loro l’aria pulita, toccare l’erba, osservare i filari e gli animali. Si deve fare in modo che i ragazzi nutrano per quel tipo di ambiente un approccio affettivo che a noi sembra scontato”.
È una visione quasi goethiana della natura, un passo propedeutico che consenta alle nuove generazioni d’innamorarsi di un patrimonio identitario, ancor prima che produttivo.
In sostanza, il vero scoglio da superare è la nostra scarsa capacità di trasferire al consumatore i valori complessivi del prodotto, la sua effettiva importanza sociale oltre che economica. Si tratta di un concetto da tenere presente, la cui logica di fondo è applicabile anche al mondo dell’accoglienza turistica, come insegnano i recenti post scritti per A.I.R.A. da Mino Reganato e Damiano Oberoffer.
Si potrebbe dire, con una punta d’ironia, che “siamo di fronte ad una bronchite che ancora non s’è tramutata in polmonite. È una crisi seria, ma risolvibile” a patto di reagire con decisione, in auspicabile unità d’intenti.
fonte: “Vitae online”, redazione A.I.S.
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