L’oasi.

L’oasi.

Il post più recente di Damiano Oberoffer ha senza dubbio una sua logica, che attinge alla storia ed al passato per dare prestigio e significato all’ospitalità, che nell’istituzione alberghiera – specie quella di alto profilo – trova molte delle sue più gratificanti espressioni. 

La modernità, tuttavia, ha apportato rilevantissime modifiche alla socialità, alle usanze ed alle antiche tradizioni, fino al punto di ridefinire i comportamenti individuali ed anche le prospettive dell’accoglienza nel mondo alberghiero.

Vale la pena di ricordare, senza con ciò voler mettere in discussione la serietà ed il valore documentale del bell’articolo di cui sopra, che nel 2012 l’ambizioso ed anticonformista Peter Thiel, investitore della Silicon Valley ed esperto di scacchi ossessionato dal rapporto fra libertà e potere, ricevette i fondatori di Airbnb e ne finanziò il progetto, in quel momento a rischio di fallimento, basando la propria iniziativa sul presupposto che se un servizio offre grossi vantaggi pratici, la gente si convince ad usarlo.

In tal modo, Thiel diede impulso ad un imprevedibile, radicale mutamento culturale nel settore viaggi e turismo che arrivò ad orientare la predisposizione mentale e psicologica di milioni di persone, facendo di Airbnb un temibile avversario per l’industria alberghiera.

Era sua intenzione mettere in pratica l’idea che se le reti uniscono molte persone, possono trasformare fiducia ed abitudini in un vantaggio imprenditoriale difficile da scalfire. La sua aspirazione era di fare in modo che prima di cercare una camera d’albergo la gente si proponesse di controllare la disponibilità su Airbnb.

Era soprattutto l’astuzia sottile connaturata a quel modello di business che aveva attirato il suo interesse: la possibilità di detenere la parte strategica dell’acquisizione, la piattaforma, i dati degli utenti e le commissioni, scaricando interamente sugli host i problemi operativi, dalle tasse ai permessi, dai conflitti di vicinato alla gestione della proprietà.

A prescindere dalla sua spregiudicata condotta… all’americana, la genialità strategica di Thiel e le sue “scommesse” imprenditoriali non mancano di fornire spunti degni di nota, anche al comparto alberghiero. Perché è indubbiamente corretto il passaggio dell’articolo di Oberoffer in cui l’autore fa riferimento agli hotel come ad “archivi viventi, come osservatori privilegiati dell’umanità”. Ma per quanto glorioso, il passato è alle spalle mentre lo sguardo del mondo è rivolto al domani, alla ricerca – come vuole la logica aggressiva e monopolistica di Thiel – di chi sia capace di espandersi inventando qualcosa che prima non c’era, di chi abbia intenzione di cambiare lo status quo per imporre il proprio gioco.

Concetti ai quali il mondo dell’ospitalità potrebbe fare riferimento ma… con giudizio, senza mai rinunciare ad essere “il porto”, il luogo di approdo elegantemente evocato da Oberoffer. Il punto fermo per chi è alla ricerca di bellezza e cortesia, rinnovamento spirituale ed autenticità; l’oasi che ritempri chi viaggia e lo sospinga aldilà del deserto relazionale dei tempi moderni.

L’AGRONAUTA


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Claudio Buttura

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