Uva del silenzio.
Se in Italia definiamo “eroica” la viticoltura che si inerpica sui terrazzamenti della Valtellina o sulle pendici dell’Etna, quanto sta accadendo in Tibet costringe a rivedere i parametri della sfida tra uomo e natura.
Immaginate di coltivare la vite ad un’altitudine superiore alla cima della Marmolada, dove l’aria è rarefatta ed il concetto di agricoltura sembra sfidare la logica. Ebbene, ciò accade sull’Altopiano Tibetano da dove proviene una notizia, per certi aspetti affascinante e curiosa, riportata da Morris Cai su “Vino Joy News”.
Per la prima volta, un piccolo lotto di vini prodotti a quelle quote vertiginose ha varcato i confini della Cina continentale per approdare sul mercato di Hong Kong. Si tratta di una spedizione dal valore simbolico: solo ottantaquattro bottiglie, tra ice wines e bianchi secchi, prodotte dalla “Pazhu Vineyard”, azienda situata a Shannan nel Tibet meridionale.
Il proprietario della cantina Qu Tianwen ha confermato che altri ordini sono in arrivo, spinti soprattutto dalla curiosità di chi, dopo aver visitato quei luoghi (sacri ai tibetani, n.d.r.) vuole ritrovare l’emozione delle vette in un calice del vino che, dal 2011, origina dai vigneti di Pazhu nelle valli dei fiumi Lhasa e Yarlung Tsangpo, entro i confini della cosiddetta ‘regione autonoma del Tibet’.
L’aspetto più intrigante per un appassionato, tuttavia, risiede nel profilo sensoriale di questi vini. Un acquirente di Hong Kong ha notato che l’ice wine, una volta ossigenato nel bicchiere, sprigiona aromi che ricordano il cordyceps, un fungo medicinale parassita tipico dell’altopiano (noto come ‘fungo bruco’), estremamente prezioso nella medicina tradizionale cinese. Non è suggestione: le analisi dell’Accademia Cinese delle Scienze hanno confermato la presenza di due molecole proteiche, tipiche di quel fungo. Questa firma aromatica è il riflesso diretto di un ambiente unico ed irripetibile.
Storicamente, l’agricoltura tibetana è sempre stata legata all’orzo, al pascolo ed ai distillati locali. Il vino è un capitolo recente, ma in evoluzione, tanto da suscitare l’interesse degli esperti per il ‘terroir’ dell’Altopiano.
La critica ed educatrice Sophie Liu, profonda conoscitrice della regione, spiega che il segreto risiede in una combinazione geografica rara: altitudine estrema, unita alla latitudine relativamente bassa. Questo mix garantisce intensa luce solare, aria sottile ed escursioni termiche brutali fra il giorno e la notte; condizioni che permettono alle uve di maturare completamente, mantenendo però un’acidità elevatissima.
Il risultato è un vino dal profilo pulito, concentrato e con tannini ‘tesi’, caratteristiche tipiche dei grandi vini di montagna.
Non stupisce quindi che i big del vino cinese stiano investendo lassù. La ‘Xige Estate’, colosso della rinomata regione del Ningxia, ha annunciato il progetto di una cantina boutique a Chamdo, nel Tibet orientale, affermando che questa regione non è più solo terra di orzo e di yak, ma una nuova frontiera enologica che ad oggi conta otto aziende produttrici.
Tuttavia, produrre vino sul “tetto del mondo” resta un’impresa titanica.
Cai evidenzia ostacoli strutturali enormi: la logistica è un incubo, con costi di trasporto su gomma due o tre volte superiori rispetto alla Cina orientale ed una catena di approvvigionamento inesistente che costringe ad importare tutto, dai tappi alle bottiglie.
A ciò si aggiunge il rischio agronomico: il gelo, i venti forti e la carenza di ossigeno rendono l’attecchimento delle piante lento ed imprevedibile.
A Pazhu, alcune viti hanno impiegato dieci anni prima di produrre frutti vinificabili.
Questa tenacia nel perseguire la qualità in condizioni impossibili ci ricorda che l’eccellenza è sempre frutto della lotta contro i limiti, geografici o culturali che siano.
È il medesimo spirito degli assertori della nostra enogastronomia, capaci di trasformare le difficoltà in opportunità creative e di mantenere standard elevatissimi, in linea con la continua evoluzione del mercato.
Redazione AIS
Prospettive interessanti, cari amici sommelier, ma è d’obbligo una postilla.
Il fatto che lo Stato cinese stia investendo nel progresso tecnologico ed economico del Tibet non deve fare dimenticare che il Paese delle Nevi è, in realtà, la casa natale di un popolo con una propria storia, una propria lingua e proprie usanze quotidiane, occupato ‘manu militari’ dalla Cina maoista il 10 marzo 1959 e ridotto al silenzio.
Con il realismo dettato dalla drammatica contingenza che da oltre 60 anni, nell’assordante indifferenza del mondo, vede la feroce repressione del dissenso, l’indottrinamento sistemico, la capillare sorveglianza della popolazione interna e delle comunità tibetane che vivono all’estero, auspichiamo che le nuove attività agricole come quella sopra descritta conservino almeno un po’ di umanità verso gli agricoltori e gli abitanti del Tibet; ed il dovuto rispetto per i diritti primari delle persone e delle variegate etnie autoctone.
Per ovvie ragioni morali, ci si aspetta che i potenziali acquirenti e consumatori internazionali di quei prodotti facciano la loro parte ragionando, prima di pensare agli acquisti, sul dovere di accertarsi che tutto ciò apporti reali benefici sul piano sociale, economico e formativo ai tibetani che vivono e lavorano sul territorio.
Non solo alle grandi aziende, ai coloni cinesi o agli interessi politici del Paese occupante, che oggi si muove nell’ambito diplomatico internazionale col malcelato proposito di cancellare anche il nome del Tibet, attribuendo ad esso il nome Xinjiang.
“Uscire dal ventre delle montagne, scendere, mondare le vigne, andare, tornare; alla fine, rincasare sotto la brina ed il vino… La terra che ama diventa il corpo stesso del contadino di montagna”
(Maurice Chappaz)
L’AGRONAUTA
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