Quella del 2025 rischia di essere ricordata come l’estate in cui le spiagge italiane hanno iniziato a svuotarsi non per maltempo, non per emergenze sanitarie, ma per un cocktail micidiale fatto di prezzi sempre più alti e di nuove preferenze dei viaggiatori. Le presenze sono scese fino al 25% in meno rispetto all’anno scorso, con picchi del 30% in alcune località storiche dell’Adriatico e del Tirreno. Il dato più eclatante riguarda il costo medio di una settimana sotto l’ombrellone: 212 euro secondo Altroconsumo, con punte che superano i 340 euro in mete glamour come Alassio o Forte dei Marmi. In Sardegna, in Puglia e persino nel Lazio un ombrellone con due lettini può arrivare a 80–90 euro al giorno, prezzi che per molte famiglie equivalgono a una mini-vacanza in montagna o a una settimana in campeggio sul lago.
Nel frattempo, i salari reali sono scesi negli ultimi anni di oltre il 7,5%, secondo i dati Eurostat, e la forbice tra redditi e costi della vita si è allargata, risultato: la gita al mare è tornata a essere un lusso ! Non a caso, secondo un sondaggio IPSOS, il 41% delle famiglie italiane quest’estate ha limitato le uscite al mare solo ai weekend.
«Non è colpa nostra», dicono i balneari. Antonio Capacchione, presidente del Sindacato Italiano Balneari (SIB), spiega che l’aumento medio del 5–9% è legato ai rincari energetici, alla manodopera stagionale sempre più costosa e all’inflazione. “In realtà i nostri prezzi sono in linea con quelli europei per servizi simili: in Spagna o in Francia il costo non è inferiore”.
Dall’altra parte, però, la percezione dei clienti è completamente diversa.
Anna, insegnante di Roma, racconta: «Io e mio marito siamo abituati a portare i bambini al mare tutti i giorni d’estate ma quest’anno ci siamo limitati a tre weekend, perché con 90 euro al giorno solo per ombrellone e lettini il budget non regge. È diventato un lusso, non più una consuetudine».
Anche gli economisti confermano che il problema è strutturale.
«Il turismo balneare vive una fase di crisi di modello», osserva l’analista turistico Marco Bianchi. «Il target tradizionale – famiglie italiane di ceto medio – non riesce più a sostenerne i costi. Cresce invece la domanda di esperienze alternative: agriturismo, turismo montano, laghi e viaggi brevi all’estero, dove con la stessa cifra si ottiene di più».
A complicare il quadro c’è l’eterno nodo delle concessioni balneari.
In Italia si contano circa 7.300 stabilimenti che occupano buona parte del litorale. In alcune regioni la spiaggia libera non supera il 30% della costa disponibile, con conseguente accesso limitato per chi non vuole o non può pagare.
Molte concessioni sono vecchie di decenni, ereditate da padre in figlio, con canoni irrisori: in media 270 euro al mese, contro ricavi annui che per gli stabilimenti medio-grandi possono superare il milione di euro. L’Europa con la direttiva Bolkestein chiede da anni gare pubbliche trasparenti, ma l’Italia ha sempre rimandato. L’ultimo tentativo di riforma prevede indennizzi agli operatori uscenti, ma Bruxelles ha già storto il naso parlando di “rendite protette”. In realtà esiste a latere un ulteriore problema che accomuna anche il settore turistico ed è quello della scarsa propensione dell’imprenditoria ad erudirsi in relazione ai cambiamenti di mercato e alle vere aspettative dei Clienti.
La questione comunque è esplosiva: da un lato la tutela delle imprese familiari che hanno investito e creato occupazione; dall’altro la necessità di un uso più equo di un bene pubblico come la spiaggia …e in mezzo, milioni di cittadini che si sentono esclusi dal mare.
Nel borgo di Sabaudia, Luigi, bagnino da trent’anni, nota un cambiamento radicale: «Negli anni ’90 a Ferragosto non si riusciva a camminare tra gli ombrelloni. Quest’anno avevo file intere vuote in settimana. Gli stranieri vengono ancora, ma gli italiani scappano».
Sulla costa romagnola, Monica, titolare di uno stabilimento, racconta: «Il nostro margine si riduce. L’energia, la manutenzione, i rifiuti… tutto è raddoppiato e la gente ci accusa di essere ladri ma se abbassiamo i prezzi, non copriamo i costi. È un circolo vizioso».
Cosa si può fare subito?
Non serve attendere l’ennesima riforma rimandata, alcune soluzioni sono già praticabili:
- Tariffe dinamiche – introdurre prezzi variabili in base al giorno della settimana o alla fascia oraria, come avviene per i trasporti. Il lunedì o il martedì ad esempio potrebbero costare meno, incentivando una distribuzione più equa della clientela.
- Spiagge libere attrezzate – ampliare le aree pubbliche con servizi a pagamento su richiesta (docce, bagni, lettini singoli) e qui i Comuni dovrebbero intervenire e non assistere passivamente all’annoso problema. Tra l’altro è un modello già sperimentato con successo in alcune zone dell’Emilia-Romagna.
- Destagionalizzazione – proporre offerte di mare anche in primavera e autunno, intercettando nuovi target come senior, smart worker e sportivi.
- Pacchetti esperienziali – legare il mare al territorio: pranzo in agriturismo, gite culturali, escursioni naturalistiche. Il turista paga di più se percepisce un valore aggiunto.
- Trasparenza e gare pubbliche – riformare le concessioni rendendole eque e competitive, evitando rendite di posizione che soffocano innovazione e investimenti.
- Voucher e incentivi – sostegni mirati alle famiglie a basso reddito, per non trasformare il mare in un privilegio elitario.
Alla fine, il nodo è culturale: il mare in Italia non può ridursi a un prodotto di lusso (pseudo, in alcuni casi) è un bene identitario, un rito collettivo, un simbolo di democrazia sociale. Andare in spiaggia significa sentirsi parte di una comunità, al di là del reddito o della provenienza.
Se il turismo balneare italiano vuole sopravvivere, deve ritrovare questo spirito, reinventarsi, aprirsi, innovare non solo contare ombrelloni e incassi, ma restituire valore alla sabbia, all’acqua, all’esperienza condivisa.
La sfida è trovare un equilibrio: garantire sostenibilità economica per gli operatori che intendono migliorare l’offerta, senza escludere i cittadini. La vera “destinazione mare” non è un lettino numerato: è un modello turistico che unisce qualità, accessibilità e identità.
Solo così, tra trasparenza e coraggio, l’Italia potrà tornare a vivere le sue estati come un patrimonio comune con spiagge affollate non solo nei weekend, ma di nuovo piene di famiglie, voci, risate e ricordi.
Perché il mare non può diventare un lusso: il mare è di tutti.
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Come non essere d’accordo con l’estensore dell’articolo che, giustamente, si sforza d’essere propositivo? È del tutto inutile e controproducente strapparsi (ipocritamente) le vesti senza fare un passo in direzione contraria al vento di tempesta che soffia feroce su uno stato di crisi ormai endemica.
Del resto, la situazione descritta con cruda obbiettività nell’articolo rientra nel panorama complessivo di un Paese in chiaro dissesto sociale, morale e materiale, essendo a sua volta incluso nel contesto di un continente in inesorabile declino.
Se si pensa – come si può constatare ogni giorno – di continuare opportunisticamente a sfruttare ogni situazione, ognuno per la sua parte e per i propri interessi, escludendo dal proprio ‘modus operandi et cogitandi’ princìpi basilari come onestà intellettuale, senso critico e rispetto per l’etica, per le cose e per le persone, il fallimento è assicurato.
Piangere sul latte versato può riempire di lacrime la piscina di un albergo, ma non aiuta a ritrovare il vero significato dell’esistenza.