Il paesaggio incantevole di Mljet, piccola isola nel mare Adriatico non distante dalla storica città di Dubrovnik (Ragusa), fino ad alcuni anni fa esprimeva la sua bellezza in tre cromie essenziali: l’azzurro del cielo e del mare, il verde dei boschi, il bianco delle sue rocce calcaree. Una sola strada asfaltata attraversava l’isola croata, nel silenzio delle case di pietra e delle grotte naturali lungo la costa. 

Un unico albergo era presente nel parco, dimora ancestrale del Genius Loci: ma la successiva costruzione di una nuova carrozzabile sul fianco occidentale dell’isola, nel 2009, ha spezzato l’incanto.

Sette anni più tardi, la popolare serie televisiva “Il Trono di Spade”, girata anche in Croazia, dove Dubrovnik diviene l’Approdo del Re, ha contribuito ad accendere l’interesse di un turismo inusitato per la città dalmata. Ottocentomila crocieristi, sbarcati da ogni dove, testimoniano l’avvento dell’overtourism, impetuoso fenomeno di massa che sta producendo i suoi effetti esiziali sull’intero pianeta. 

Inquinamento e consumo del suolo, progressivo allontanamento degli abitanti e conseguente spopolamento, cessazione di numerose attività tradizionali sostituite da attività legate al turismo di massa (bar, ristoranti, negozi di souvenir), sovraffollamento di alcune aree a causa di una distribuzione non omogenea dei flussi, ripercussioni sul piano sociale a fronte dell’evidente affermazione, soprattutto nelle città, di forme di sviluppo elitario. 

Costi pesanti a carico di realtà un tempo a misura d’uomo che, associati all’uso intensivo e spregiudicato del patrimonio naturale e culturale dei luoghi coinvolti, andrebbero presi in seria considerazione qualora si valutassero gli effetti d’insieme, non solo economici, prodotti da forme di turismo fuori controllo.

“Le esternalità negative derivanti da fenomeni di congestione, di aumento del costo della vita per i residenti e, nei centri urbani, l’incremento dei valori immobiliari sono alcune delle conseguenze indesiderate della presenza turistica di massa” 

(da un report di Banca d’Italia). 

La riqualificazione delle città effettuata da società private consente la produzione di spazio urbano ad uso degli utenti più ricchi. Dunque, per fare in modo che il turismo porti vantaggi a tutti, non solo ad alcuni settori economici e finanziari o a fruitori privati, occorrono politiche pubbliche redistributive. È una delle ragioni che hanno suggerito l’introduzione della tassa di soggiorno che, almeno nelle intenzioni, ‘dovrebbe’ servire a coprire le spese generate dal turismo e compensare i disagi creati ai residenti dall’aumento dei flussi.

I fatti, però, dimostrano che esiste un problema: il “sommerso” ricettivo, collegato direttamente al proliferare degli affitti turistici brevi, gestiti dalle piattaforme digitali. Un mercato che ha stravolto le dinamiche abitative e sociali, creando un surplus di domanda la cui entità è quasi sconosciuta alle amministrazioni pubbliche, poiché le piattaforme digitali cui va ascritto il fenomeno stentano a fornire i dati statistici di base. Dati fondamentali, la cui nebulosità impedisce una stima corretta delle presenze effettive, quindi l’erogazione dei servizi necessari: specie nelle città più esposte al fenomeno dell’overtourism, che stanno ormai rinunciando ai tratti autoctoni che le rendono uniche. 

Per fermare questo trend patologico occorre fare, dei luoghi che vantano rilevanti potenzialità turistiche, obiettivi proiettati nel futuro; non soltanto l’oggetto di speculazione da cui solo pochi soggetti possano trarre vantaggi immediati. 

Si tratta di aprirsi ad una visione di lungo periodo. 

Una possibile soluzione può essere la riduzione del numero dei posti letto disponibili per i turisti, come è stato fatto ad esempio a Barcellona: città di un milione e seicentomila abitanti, meta ogni anno di circa dieci milioni di visitatori. Qui, gli affitti brevi sono stati limitati e nel Barri Gòtic, il centro storico d’epoca medioevale, vietati: con ciò consentendo a chi risiede nel cuore antico della città di non vedersi sottrarre i propri spazi di vita quotidiana. 

L’esperienza nata dall’iniziativa posta in essere nella capitale catalana suggerisce che laddove i turisti eccedono la capacità di carico del luogo di destinazione occorre un’intenzionale, severa regolamentazione che consenta lo sviluppo di un turismo positivo che non rappresenti una minaccia, ma un benefico ‘atout’ per tutto il territorio.

L’AGRONAUTA

articolo liberamente riadattato dal libro di Sarah Gainsforth © “Oltre il turismo” – Associazione culturale “Eris” – Con licenza “Creative Commons”


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