L’arte del manifesto in Italia si sviluppò in parallelo con l’evoluzione della tecnica litografica. Se, in Francia, Jules Chéret aveva dato vita ad una grafica colorata e popolare, in Italia la millenaria tradizione figurativa e la sensibilità per il paesaggio influenzarono in modo decisivo la nascita della cartellonistica a scopi turistici. 

I primi manifesti italiani non si limitarono a promuovere i viaggi o gli alberghi: con quei lavori creativi s’intendeva costruire ex novo l’immaginario popolare, sintetizzando in una singola immagine la promessa di bellezza, serenità e sviluppo culturale, materiale e sociale offerta dalla nazione.

Risalire alla nascita del primo manifesto turistico italiano ha risvolti curiosi, in quanto non si trattò della pubblicità di un luogo particolarmente noto nel mondo. 

La prima città, infatti, che si cimentò nell’uso di questi strumenti promozionali fu Fano, nelle Marche, che nel 1893 commissionò alla litografia “G. Wenk e figli” di Bologna il suo cartellone pubblicitario, in una tiratura di duemila copie. 

La tecnologia era nuova e l’investimento ingente, ma l’intraprendenza creativa ed i mezzi a disposizione permisero di realizzare il progetto.

Quel primo manifesto fu concepito per essere utilizzato nell’arco di più stagioni, in modo da distribuire i costi di realizzazione lungo altrettanti periodi di tempo. La sua superficie era divisa in due parti; una stampata a colori e l’altra, più piccola, veniva lasciata libera – in basso, oppure di lato – per pubblicarvi di volta in volta nuove informazioni.

Furono dapprima i pittori a cimentarsi nella cartellonistica promozionale, soprattutto all’inizio: ma in seguito emersero importanti figure di artisti che avrebbero dedicato una parte rilevante del loro impegno creativo alla stesura del manifesto turistico.

L’AGRONAUTA

3. continua


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