Sono vegetariano da 43 anni (non mangio carne e pesce).

Per decenni nei ristoranti è stato un dramma, lo è ancora quando mi offrono un menù nel quale a fatica posso scegliere un piatto.

Il peggio? Quando mi propongono omelette o verdure grigliate.

Meglio stare a casa.

Sono un diverso come un mussulmano al quale propinano speck o affettati.

Nel mio caso (sono laico) è un errore, nel suo è un dramma religioso come se a un cristiano propinassero carne umana.

Sono un diverso come un omosessuale che in certe parti degli Stati Uniti è ancora considerato un malato mentale. Da curare.

O una condanna divina per i genitori.

Sono un diverso come un disabile sulla sedia a rotelle davanti a una barriera architettonica.

Potesse, si alzerebbe per camminare. Ma non può.

Senza occhiali, sono cieco (le ho proprio tutte…). Ci vedo male anche con le lenti graduate.

I gradini mal segnalati sono un attentato. Alla mia età un capitombolo potrebbe essere esiziale.

Sono un diverso come chi soffre di allergie alimentari che potrebbero causargli lo shock anafilattico e anche la morte.

I menù creativi che non segnalano tutti i componenti utilizzati sono un crimine, non solo un errore.

Il maître distratto che non sa che cosa c’è nei piatti che propone, il cuoco ignorante che non ha voglia di studiare, l’albergatore annoiato che considera il diverso un rompiscatole, il progettista senza senso pratico.

Tutti costoro sono nemici dell’albergo oltre che dell’ospite.

È paradossale come troppi in Italia non ne siano consapevoli, in un Paese storicamente e geograficamente prodotto dalla più articolata biodiversità culturale ed enogastronomica del pianeta, con i più bizzarri riti tradizionali locali.

È il segreto del nostro fascino, non è una colpa.

L’ospite deve comportarsi in maniera civile e pagare il conto.

Chi accoglie deve saperlo ascoltare e soddisfare le sue aspettative e i suoi bisogni.

 

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Redazione Aira

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