Nell’attuale ecosistema dell’ospitalità, dominato da una comunicazione rapida, visuale e digitale, il rapporto tra albergatori e influencer si è progressivamente intensificato, trasformandosi da occasione di visibilità in una relazione spesso ambigua, a tratti pericolosa. I social network hanno offerto al mondo alberghiero una vetrina inedita e potenzialmente potente: una recensione su Instagram, una story ambientata nella hall, un reel girato in piscina possono, in pochi secondi, raggiungere migliaia di potenziali clienti. Non c’è struttura ricettiva che oggi non sia stata almeno una volta contattata da chi si propone come influencer o content creator, chiedendo un soggiorno gratuito, una cena, un massaggio spa o altri servizi in cambio di visibilità digitale. In teoria, nulla di illegittimo, in quanto la collaborazione tra un hotel e un professionista dell’immagine può generare risultati positivi, se fondata su obiettivi chiari, pubblico coerente e reciproca valorizzazione ma nella realtà, questo equilibrio si spezza sempre più spesso. Accade infatti che, di fronte a un rifiuto giustificato, ponderato o semplicemente dovuto all’assenza di interesse, alcuni sedicenti influencer reagiscano in modo scomposto. Le testimonianze raccolte da numerosi operatori del settore parlano di recensioni negative pubblicate a distanza di poche ore, spesso su piattaforme come TripAdvisor, Google o Booking, da profili che non risultano aver mai soggiornato nella struttura, altri raccontano di attacchi via social, con post denigratori, messaggi privati ai follower o accuse di “scarsa disponibilità” da parte della struttura. In alcuni casi si tratta di semplici tentativi di intimidazione, in altri di vere e proprie strategie di pressione psicologica, dove la promessa implicita è che chi rifiuta la collaborazione deve aspettarsi un danno reputazionale. Si tratta, a tutti gli effetti, di un nuovo tipo di minaccia, meno tangibile rispetto a quelle classiche, ma altrettanto insidiosa. Il cosiddetto micro-ricatto reputazionale, infatti, agisce nell’ombra dell’algoritmo, colpendo la percezione pubblica di una struttura senza offrire all’albergatore reali strumenti di difesa immediata. Le piattaforme di recensione, pur dotate di policy che proibiscono abusi e falsificazioni, sono spesso lente nell’intervenire o restie a cancellare contenuti sospetti, soprattutto quando mascherati da giudizi “soggettivi”. La difficoltà principale, però, non risiede solo nella risposta alle aggressioni, ma nella prevenzione, infatti molti albergatori, pur avvertendo la fragilità di questo sistema, si trovano costretti a scegliere tra due mali: accettare la collaborazione, anche se priva di ritorno concreto, oppure affrontare il rischio di una recensione velenosa e gratuita. Si tratta di una dinamica che crea frustrazione, disorientamento e una sensazione diffusa di vulnerabilità. Eppure, esistono contromisure concrete. È fondamentale dotarsi di un protocollo interno chiaro, capace di regolamentare qualsiasi proposta di collaborazione. Questo documento dovrebbe prevedere l’obbligo per chi si propone di fornire un media kit completo, dati reali di engagement, analisi del pubblico e referenze professionali precedenti ed inoltre, dovrebbe specificare che ogni eventuale collaborazione è soggetta a una valutazione strategica, in linea con l’identità del brand e gli obiettivi di comunicazione della struttura. Una volta selezionati, i partner digitali devono essere considerati tali, non ospiti di favore, e trattati con lo stesso rigore professionale che si applica a un fotografo o a un consulente di marketing. Accanto a questo approccio strutturato, diventa indispensabile monitorare attivamente la reputazione online, utilizzando strumenti dedicati di web reputation e, se necessario, avvalendosi del supporto legale per fronteggiare eventuali contenuti diffamatori. Un altro aspetto spesso sottovalutato è la formazione del personale. Il ricevimento, così come la direzione, dovrebbe essere preparato a rispondere in modo fermo ma cortese, documentato e strategico, alle richieste più discutibili, evitando reazioni emotive o comunicazioni approssimative che possono aggravare la situazione. È altresì essenziale che l’albergatore non si senta solo in questa battaglia silenziosa. Le associazioni di categoria dovrebbero fare rete, condividere segnalazioni, costruire banche dati affidabili e promuovere una cultura della collaborazione digitale basata su etica, trasparenza e verifica. Non è sufficiente difendersi: occorre agire in modo proattivo, selezionando influencer che condividano davvero i valori della struttura, e costruendo narrazioni indipendenti, capaci di raccontare l’anima dell’hotel senza dipendere da endorsement esterni. Il mondo degli influencer, come ogni altro settore, ha bisogno di una regolamentazione matura, di codici etici condivisi e di una distinzione netta tra professionisti e opportunisti ma fino a quando questo non accadrà, resta alla responsabilità dell’albergatore proteggere con determinazione la propria reputazione, non come scudo difensivo, ma come espressione del proprio valore, costruito ogni giorno con lavoro, coerenza e rispetto.
Perché la vera “recensione”, quella che trasforma un soggiorno in un’esperienza indimenticabile non nasce da un like o da una story, ma dalla qualità autentica dell’accoglienza, quella che nessun algoritmo può misurare e nessuna recensione può comprare.
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Il contenuto esplicito di questo ottimo servizio chiarisce che, in assenza di moralità personale, la convivenza civile è solo un’illusione. A prescindere da eventuali aspetti legali, il fatto che persone senza scrupoli o prive di qualità umane e professionali si permettano di condizionare le azioni ed i comportamenti di interi settori della società, anche di grande peso specifico a livello economico, ci fa capire come il problema sia essenzialmente culturale.
Senza rispetto (da una parte) ed in presenza di scarsa volontà o incapacità (dall’altra) di tutelare l’etica e la dignità del lavoro, le sorti della civiltà sembrano segnate.