L’ospitalità come principio (e possibile salvezza) femminile del mondo

L’ospitalità come principio (e possibile salvezza) femminile del mondo

Viviamo in un mondo rumoroso, che avanza per conquista, per prestazione, per risultato. Un mondo che misura, valuta, classifica. Un mondo che spinge, incalza, invade. Che ha fatto della velocità un valore e dell’efficienza una morale. Una mondo, diciamolo senza paura, profondamente testosteronico.

Non uso il termine in senso biologico, né come categoria ideologica. Lo uso in senso simbolico e culturale. Il nostro tempo è dominato da logiche di forza, competizione, dominio, accelerazione. Vince chi arriva prima, chi parla più forte, chi occupa più spazio, chi impone il proprio ritmo agli altri. È un mondo che fatica a stare, a sostare, ad accogliere.

Dove vogliamo andare, di questo passo?

In uno scenario simile, l’ospitalità appare come un gesto controcorrente. E proprio per questo rivela la sua natura più profonda: l’ospitalità è la parte femminile del mondo.

Femminile non come genere, ma come principio antropologico

Parlare di “femminile” non significa parlare “delle donne”. Significa parlare di un principio antropologico, presente in ogni essere umano, ma sistematicamente marginalizzato dalla cultura dominante. Il principio femminile non coincide con un’identità biologica, ma con una postura verso il mondo. È il principio che:

  • accoglie invece di conquistare
  • ascolta invece di imporre
  • custodisce invece di consumare
  • attende invece di forzare
  • crea spazio invece di occupare

L’ospitalità nasce qui. Non dall’efficienza, ma dalla disponibilità. Non dal controllo, ma dalla cura. Non dalla prestazione, ma dalla relazione.

Accogliere qualcuno significa sospendere, anche solo per un istante, il proprio dominio sul tempo, sul luogo, sull’attenzione. Ed è un gesto radicale, quasi sovversivo, in una società che ci educa a difendere confini, ruoli, identità.

Come ha scritto Simone Weil, “l’attenzione è la forma più rara e più pura della generosità”. L’ospitalità è attenzione incarnata.

Un mondo aggressivo ha paura dell’ospitalità

L’ospitalità mette in crisi i sistemi aggressivi perché li rallenta. E ciò che rallenta, nel nostro tempo, viene immediatamente percepito come inefficiente, improduttivo, sospetto.

Un mondo costruito sulla performance guarda con sospetto chi si ferma. Un mondo costruito sulla competizione disprezza chi si prende cura.Un mondo costruito sulla forza teme chi accoglie.

La cultura dominante ha interiorizzato un’equazione pericolosa: forza = valore, cura = debolezza. Eppure è qui che sta il paradosso: l’ospitalità non è debolezza, è potenza silenziosa. Richiede sicurezza, maturità, padronanza di sé. Solo chi è solido può permettersi di aprire. Solo chi non è in guerra con il mondo può accogliere l’altro senza sentirlo come una minaccia.

La violenza invade. L’ospitalità invita. La violenza prende. L’ospitalità offre. La violenza semplifica. L’ospitalità regge la complessità dell’altro. In questo senso, l’ospitalità è un atto profondamente politico.

Ospitalità e responsabilità dell’altro

Il pensiero filosofico del Novecento lo ha detto con chiarezza. Per Emmanuel Levinas, l’etica nasce dall’incontro con il volto dell’altro, un volto che mi interpella prima di ogni scelta razionale, prima di ogni contratto. L’altro non è un oggetto da gestire, ma una presenza che mi chiama alla responsabilità.

L’ospitalità è questo: rispondere all’altro prima di difendersi. Non è ingenuità: è assunzione di responsabilità. È accettare che l’umano non si esaurisce nei sistemi, nei protocolli, nelle procedure. Quando l’ospitalità scompare, la società non diventa più efficiente: diventa più ostile. Le prove sono sotto i nostri occhi. Quando i contesti diventano disumani – scuole, aziende, ospedali, città – ciò che manca non è la regola, ma l’ospitalità. Non mancano l’organizzazione o la competenza, mancano l’ascolto e la relazione sana.

Ogni ambiente in cui le persone stanno bene ha una caratteristica comune: qualcuno ha scelto di farsi carico dell’altro, di accoglierne i limiti, i tempi, le fragilità.

E quando l’ospitalità scompare, emergono sintomi ormai evidenti:

  • aggressività diffusa
  • cinismo
  • burnout
  • isolamento
  • disumanizzazione

Non è un caso. È una conseguenza culturale. Come ricordava Hannah Arendt, una società che perde la capacità di “abitare il mondo insieme” scivola inevitabilmente verso forme di alienazione e violenza. L’ospitalità è una delle condizioni fondamentali dell’abitare umano.

Rimettere il femminile al centro

Difendere l’ospitalità oggi non è un vezzo etico, ma una necessità politica, educativa, civile. Significa riequilibrare un mondo che ha spinto troppo sull’asse del dominio e troppo poco su quello della cura. Vuol dire riconoscere che senza il principio femminile – inteso come capacità di accoglienza, custodia, generatività – nessuna civiltà regge a lungo.

Rimettere il principio femminile al centro non significa rinunciare alla forza, ma trasformarla e renderla ospitale. Non negarla, ma umanizzarla.

Perché senza ospitalità il mondo corre. Ma senza ospitalità il mondo non abita. E un mondo che non sa più abitare – i luoghi, le relazioni, le differenze – è un mondo destinato a diventare ostile persino a se stesso.

Voi cosa ne pensate?


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Damiano Oberoffer

Damiano Oberoffer

Docente di Sala, Vendita e Accoglienza | Ricercatore di Ospitalità | TEDx Organizer | Autore | Membro Institute of Hospitality

Un pensiero su “L’ospitalità come principio (e possibile salvezza) femminile del mondo

  1. Per il bene comune dobbiamo cambiar rotta.

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